19) Pico della Mirandola. Magnum miraculum est homo.
L'orazione di Pico della Mirandola De hominis dignitate  stata
considerata quasi il manifesto dell'intera epoca. L'uomo  un
grande miracolo perch al contrario della natura, che  tutta
determinata, si trova come ai confini fra due mondi, capace di
determinarsi da solo, di essere cio artefice di se medesimo.
Pico della Mirandola, De hominis dignitate.

Grande miracolo ed a buon diritto animale veramente meraviglioso
l'uomo  detto e considerato. [...].
Ecco: gi il sommo Padre ed Architetto Dio aveva fabbricato questa
casa mondana, che noi vediamo, della divinit, questo tempio
augustissimo con leggi di arcana sapienza. Aveva ornato la regione
sopracceleste di intelligenze, aveva animato di anime eterne i
globi eterei, aveva popolato di una moltitudine di animali di ogni
specie le parti piene di escrementi e di rifiuti del mondo
inferiore. Ma, compiuto il lavoro, l'artefice desiderava che vi
fosse qualcuno capace d'intendere la ragione di cos grande opera,
di amarne la bellezza, di ammirarne la grandezza. Per questo, dopo
aver gi fatto tutte le altre cose (come Mos e Timeo attestano),
pens da ultimo di creare l'uomo. Ma fra gli archetipi non vi era
di che formare una nuova progenie; non fra i tesori ci che
potesse essere lasciato in eredit al nuovo figlio; non fra le
sedi di tutto il mondo dove potesse collocarsi cotesto
contemplatore dell'universo. Gi tutto era pieno: tutto era stato
gi distribuito ai sommi, ai medii, agl'infimi ordini. [...].
Stabil perci alla fine l'ottimo Autore che a colui al quale non
poteva esser dato nulla di proprio, fosse comune tutto ci che era
stato dato ai singoli in particolare. Prese dunque l'uomo, opera
dalla figura indistinta, e postolo nel mezzo del mondo, cos gli
parl:
O Adamo, noi non ti abbiamo dato n una sede determinata, n un
aspetto proprio, n alcun dono particolare, affinch tu possa
avere e possedere quella sede, quell'aspetto, quei doni che tu
abbia coscientemente bramati, secondo il tuo desiderio e secondo
il tuo sentimento. La natura degli altri viventi gi definita 
costretta entro leggi da noi prescritte: tu, non limitato da
alcuna costrizione, potrai secondo il tuo arbitrio, al cui potere
io ti affidai, definire la tua natura [...] Noi non ti abbiamo
fatto n celeste n terreno, n mortale n immortale, affinch tu,
quasi arbitrario ed onorario plasmatore e fondatore di te stesso,
possa collocarti in quella forma che tu avrai preferita. Potrai
degenerare verso i gradi inferiori che sono bruti; potrai
rigenerarti nei gradi superiori che sono divini, secondo la
decisione del tuo animo [...].
All'uomo che nasceva il Padre dette ogni vario seme e i germi di
ogni specie di vita. Quali ciascuno avr coltivati, quelli
alligneranno e produrranno in lui i propri frutti: se [quei semi]
saranno vegetali, egli diverr pianta; se sensuali, bruto; se
razionali, salir al rango di animale celeste; se intellettuali,
sar angelo e figlio di Dio. E se egli non sar pago del destino
di nessuna delle creature, e si raccoglier nel centro della sua
unit, divenuto uno spirito solo con Dio, nella solitaria caligine
del Padre, ch' costituito sopra gli esseri tutti, sopravanzer
tutti gli esseri.
Chi  dunque che non ammiri questo nostro camaleonte? O chi mai
pu ammirare di pi una qualsiasi altra cosa?.
Se infatti vedi uno dedito al ventre, un uomo che striscia sulla
terra,  frutice non uomo colui che vedi; se vedi un brancolare
fra i vari inganni della fantasia, come di Calipso, e reso schiavo
dei sensi, sedotto da subdola lusinga,  bruto non uomo colui che
vedi. Se vedi un filosofo che discerne con la retta ragione tutte
le cose, questo puoi venerarlo; egli  un animale celeste, non
terreno. Se vedi un puro contemplatore dimentico del corpo,
relegato nella pi segreta intimit della mente, questi non  un
terreno non  un celeste animale, questi  un pi augusto nume
circonvestito di carne umana.
Invada l'animo una certa sacra ambizione, affinch, non
soddisfatti delle cose mediocri, aneliamo alle pi alte e ci
sforziamo (giacch se vogliamo possiamo) di raggiungerle con tutte
le forze. Teniamo in disdegno le cose terrestri, disprezziamo le
celesti, e mettendo finalmente in non cale tutto ci che  di
questo mondo, voliamo verso la corte ultramondana vicinissima
all'altissima Divinit. Qui, come insegnano i sacri misteri, i
Serafini, i Cherubini e i Troni occupano le prime sedi; e noi
dobbiamo emulare la dignit e la gloria di questi, di gi incapaci
oramai di cedere ad alcuno e di occupare sedi secondarie. Noi non
saremo, volendo, per nulla ad essi inferiori.
Dunque, se dediti alla vita attiva, ci saremo presi con retto
giudizio cura delle cose inferiori, saremo collocati con la ferma
saldezza dei Troni. Se, liberatici dalle azioni, meditando la
creazione nel creatore, opereremo nella quiete del contemplare,
risplenderemo da ogni parte della luce dei Cherubini. Se arderemo
d'amore soltanto per lo stesso artefice, c'infiammeremo
improvvisamente, a immagine dei Serafini, del fuoco di lui, che 
vorace. Sul Trono, cio giusto giudice, siede Dio, che  giudice
dei secoli. Sul Cherubino, cio contemplatore, vola e, quasi
covando, lo nutre. Infatti lo spirito di Dio  portato sopra le
acque, sulle acque, dico, che sono di l dai cieli, che presso
Giobbe lodano il Signore con gl'inni antelucani. Chi  Saraf, cio
amante,  in Dio e Dio  in lui, che anzi e Dio e lui stesso sono
una sola cosa. Grande  la potest dei Troni, che possiam
conseguire giudicando, somma la sublimit dei Serafini, che
possiamo conseguire amando. Ma in qual modo pu uno giudicare o
amare cose che non conosce? Am Mos il Dio che vide, e, giudice
nel suo popolo, amministr secondo ci che prima aveva visto, da
contemplatore, sul monte. Nel mezzo, dunque, sta il Cherubbino,
con la sua luce e ci prepara alla fiamma serafica e parimenti ci
illumina al giudizio dei Troni. E' questo il nodo delle prime
menti, l'ordine palladico, che presiede alla filosofia
contemplativa;  questo che noi dobbiamo prima raggiungere e
cingere e afferrare a tal punto, da poter poi di l esser rapiti
ai fastigi dell'amore e discendere, bene istruiti e preparati,
agli uffici attivi. [...].
In noi allora, rimessi in buona salute, abiter Gabriele, forza di
Dio, che, guidandoci attraverso le meraviglie della natura e
mostrandoci dappertutto la virt e il potere di Dio, ci consegner
finalmente al sommo sacerdote Michele, affinch egli ci
insignisca, avendo noi gi ben meritato per la milizia compiuta
sotto la filosofia, del sacerdozio della teologia, quasi di una
corona di pietra preziosa.
Queste, reverendissimi Padri, sono le ragioni che non solo mi
animarono ma mi costrinsero allo studio della filosofia; ragioni
che io non avrei esposto se non per rispondere a coloro che
sogliono condannare lo studio della filosofia specialmente negli
uomini pi importanti, ma del tutto poi in coloro che vivono in
mediocre fortuna. Oramai, infatti, tutta questa speculazione
filosofica  tenuta (ci che costituisce l'infelicit della nostra
epoca) piuttosto in disprezzo ed oltragio che in onore e gloria.
Fino a tal punto ha invaso la mente quasi di tutti questa
persuasione esiziale e mostruosa, che non bisogna filosofare per
nulla affatto o soltanto da pochi. Quasi che l'avere dinanzi agli
occhi e dinanzi alle mani esploratissime le cause delle cose, le
vie della natura, la ragione dell'universo, i consigli di Dio, i
misteri dei cieli e della terra, non giovi a nulla perfettamente,
se uno non possa trarne qualche vantaggio o procurarsi un lucro.
Che anzi si  giunti a tal punto che oramai (oh, dolore!) non sono
stimati sapienti se non coloro che rendono mercenario lo studio
della sapienza. [...].
Coloro infatti che sono uniti a qualsivoglia famiglia di filosofi,
aderendo a Tommaso cio o a Scoto, che ora vanno per la maggiore,
possono invero dar prova della propria dottrina nella discussione
di poche questioni. Ma io mi sono posto da tal punto di vista che,
non avendo giurato nelle parole di alcuno, posso allargarmi per
tutti i maestri di filosofia, posso passare in rassegna tutte le
pagine, posso conoscere tutte le famiglie. Per la qual cosa,
dovendo io parlare di tutti, affinch, se mi fossi ridotto ad
essere sostenitore d'un solo insegnamento e avessi posto tutto il
resto in seconda linea, non sembrassi legato a quello, non  stato
possibile, anche proponendo poche questioni relative a ciascuno,
che non ce ne fossero molte riguardanti contemporaneamente tutti.
N alcuno voglia questo in me biasimare, che io giunga ospite,
dovunque la tempesta mi porti. Fu infatti da tutti gli antichi
osservato ci, che gli studiosi di ogni genere di scrittori non
tralasciassero senza leggere nessuno dei commentari in loro
possibilit. [...].
Qual risultato [avrei conseguito], avendo trattato coi
Peripatetici delle cose naturali, se non fosse stata invitata a
interloquire anche l'Accademia dei Platonici, la dottrina dei
quali, anche per la conoscenza delle cose divine, fu sempre
ritenuta santissima fra tutte le filosofie (testimone Agostino) e
che da me ora per la prima volta, per quel che io sappia (sia
detto senza invidia) dopo molti secoli,  stata portata in
pubblico all'esame di un dibattito? [...].
Per tali motivi, non essendo io contento di aver raggiunto, oltre
le dottrine comuni, molti argomenti tratti dalla prisca teologia
di Mercurio Trismegisto, molti dalle discipline dei Caldei e di
Pitagora, molti dai misteri pi riposti degli Ebrei, ne abbiamo
proposti moltissimi anche da noi stessi trovati e meditati,
intorno alle cose naturali e divine. [...].
Abbiamo proposto innanzi tutto la concordanza di Platone e di
Aristotele, da molti prima di questo mio assunto ritenuta, ma da
nessuno provata abbastanza. [...].
Come l'agricoltore unisce gli olmi alle viti cos il mago la terra
al cielo, cio le cose inferiori alle virt di quelle superiori.
Per cui avviene che quanto quella maga appare mostruosa e nociva,
altrettanto questa appare divina e salutare. Principalmente perci
che quella, facendo l'uomo mancipio dei nemici di Dio, lo
allontana da Dio: questa suscita in lui quell'ammirazione delle
opere di Dio dalla quale derivano con assoluta certezza
l'accostante carit, la fede e la speranza. Nessuna cosa infatti
spinge maggiormente al culto di Dio che la costante contemplazione
delle meraviglie di lui, come avremo bene esplorate le quali, per
mezzo di questa maga naturale della quale stiamo ora trattando,
pi ardentemente animati al culto e all'amore dell'Artefice,
saremo spinti a cantare: Pieni sono i cieli, piena  la terra
della maest della tua gloria. [...].
Vengo ora a quelle cose che, cavate fuori dagli antichi misteri
degli Ebrei, ho addotto a conferma della sacrosanta e cattolica
fede, le quali cose, affinch non siano per caso stimate da
coloro, a cui sono ignote, cosette immaginarie e favole da
ciarlatani, voglio che tutti sappiano che cosa e quali siano,
donde siano state tratte, da quali e quanto illustri autori siano
state confermate, e quanto siano riposte, quanto divine, quanto
necessarie ai nostri uomini per sostenere la religione contro le
importune calunnie degli Ebrei. [...].
... Io ho voluto, con questa mia disputa, attestare non tanto di
saper molte cose, quanto di sapere ci che molti non sanno. E
perch oramai ci vi divenga palese, o reverendissimi Padri, per
la realt stessa; perch il mio discorso non trattenga pi oltre
il vostro desiderio, o eccellentissimi dottori che io vedo, non
senza mio grande piacere, pronti ed armati aspettare la gara, con
augurio felice e propizio, quasi che chiami la tromba, veniamo
oramai a battaglia.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
sesto, pagine 602-606.
